Il dividendo è la quota di utile che una società distribuisce ai propri azionisti. Il diritto a incassarlo è legato al possesso dell’azione: chi non la possiede non riceve nulla, e chi la vende nel momento sbagliato lo perde a favore di chi compra.
Quanto arriva dipende dal numero di azioni. Se la società paga cento euro per azione e ne avete cento, sul conto ne arrivano diecimila. La distribuzione può essere annuale, trimestrale o mensile: le società americane pagano di solito ogni trimestre, quelle europee più spesso una volta all’anno.
Le quattro date da conoscere
- Data dell’annuncio – l’assemblea approva la distribuzione dell’utile e la società comunica l’importo del dividendo e le altre date.
- Data di stacco (ex-dividend date) – il primo giorno di negoziazione in cui l’azione tratta senza il diritto al dividendo. Chi la compra quel giorno o più tardi il dividendo non lo riceve. L’ultimo giorno utile per acquisire il diritto è la seduta precedente allo stacco.
- Data di registrazione (record date) – il giorno a cui si leggono le registrazioni negli archivi. Ha diritto chi a quella data risulta iscritto come proprietario.
- Pagamento del dividendo – il giorno in cui il denaro arriva sul conto. Dalla delibera dell’assemblea al pagamento passano di norma alcune settimane o qualche mese.
Data di stacco e data di registrazione vengono comunemente confuse, eppure non sono sinonimi. La loro posizione reciproca dipende soltanto da quanto dura il regolamento dell’operazione. In Europa vale il T+2, quindi lo stacco cade nella seduta precedente alla data di registrazione. Il mercato americano è passato al T+1 nel maggio 2024 e da allora stacco e data di registrazione cadono nello stesso giorno.
L’ordine è sempre lo stesso: (1) annuncio, (2) data di stacco, (3) data di registrazione, (4) pagamento. Con il regolamento T+2 tra stacco e registrazione passa una seduta di borsa, con il T+1 le due date coincidono.
Perché il prezzo scende prima che arrivi il denaro
Il prezzo si riduce alla data di stacco, non il giorno del pagamento. Il mercato prezza il diritto che se ne va nel momento in cui l’azione lo perde, e dal pagamento possono separarlo anche diverse settimane.
In teoria il prezzo cala del dividendo lordo, non di quello netto. Il mercato valuta il diritto in sé, non la situazione fiscale del singolo azionista: quella è diversa per i piccoli investitori, per i fondi e per i proprietari esteri.
Nella pratica il conto non torna con precisione. Il calo tende a essere un po’ minore del dividendo, perché le varie categorie di investitori pagano imposte diverse, e soprattutto viene facilmente coperto dal normale movimento del mercato: con un rendimento da dividendo intorno al tre per cento il calo atteso è così piccolo che sul singolo titolo spesso non lo si distingue affatto.
Perché il dividendo conta
I dividendi rappresentano una parte sostanziale del rendimento azionario di lungo periodo e sull’indice S&P 500 lo si vede con chiarezza. Da gennaio 1988 il solo indice di prezzo è salito circa trenta volte, mentre la sua variante total return, con i dividendi reinvestiti, più di sessanta volte. La differenza tra le due curve è data proprio dai dividendi.
Il pagamento del dividendo dice anche qualcosa sulla società, ma non tanto quanto gli viene attribuito. Un dividendo regolare significa che l’azienda ha con che cosa pagarlo, non che sia in salute: si può distribuire anche attingendo agli utili accumulati negli anni passati o al debito. Verificarlo è semplice: guardare se la distribuzione corrisponde a quanto la società guadagna davvero.
La terza cosa è il reinvestimento. Un dividendo che resta fermo sul conto smette di lavorare. I fondi ad accumulazione lo rimettono in portafoglio in automatico, sulle singole azioni deve farlo l’investitore.
Rendimento da dividendo e payout ratio
Due numeri con cui si confrontano le azioni che distribuiscono utili.
Il rendimento da dividendo è il dividendo per azione diviso il prezzo. Su un’azione da mille con un dividendo di quaranta fa quattro per cento. Attenzione a capire se si tratta di un rendimento prima o dopo le imposte: le fonti spesso non lo indicano.
Il rendimento peraltro sale anche quando il prezzo scende. Un rendimento da dividendo elevato non è quindi di per sé una buona notizia; a volte è solo la conseguenza dei dubbi del mercato sulla società.
Il payout ratio è il dividendo diviso l’utile per azione e dice quanta parte del guadagno la società ha distribuito. La dispersione è ampia: da poche unità percentuali nelle aziende che accantonano per un’acquisizione fino al cento per cento in quelle che distribuiscono tutto l’utile. Un rapporto stabilmente sopra il cento per cento significa che la società paga più di quanto guadagna, e quei soldi da qualche parte deve prenderli.
Che cosa controllare sulle imposte
La tassazione del dividendo ha due strati, e i due strati si confondono facilmente.
Il primo è l’imposta trattenuta nello Stato in cui la società ha sede. Viene prelevata prima che il denaro arrivi sul conto e la sua aliquota è ridotta dalle convenzioni contro le doppie imposizioni. Sulle azioni americane è la cosa più visibile: la ritenuta di base per i non residenti è del 30 %, ma la convenzione la abbassa di solito al 15 % per il piccolo investitore. Il diritto va però fatto valere con il modulo W-8BEN, che si firma presso il broker. Senza, vi tratterranno il trenta per cento pieno e recuperare la differenza è difficile.
Il secondo strato è l’imposta nel vostro Paese. Cambia da Stato a Stato e segue il luogo in cui siete residenti fiscali: quanto pagate, se il reddito va indicato in dichiarazione e quanto potete recuperare dell’imposta già trattenuta, verificatelo quindi in base alle regole che vi riguardano.
Una cosa vale in generale: l’esenzione dopo un certo periodo di possesso riguarda di solito il guadagno dalla vendita dell’azione, non il dividendo. Quello viene tassato ogni volta, che l’azione la teniate un mese o vent’anni.