Alla domanda su quanto renda l’indice azionario americano c’è una cifra che torna ovunque: circa il dieci per cento all’anno. La cifra è giusta. A renderla fuorviante è quello che di solito non si aggiunge — se sia con o senza dividendi, prima o dopo l’inflazione, e come sia fatto davvero un anno in cui l’indice quel dieci per cento lo mette a segno.
La risposta all’ultimo punto è inattesa. Un anno così quasi non esiste. Negli ultimi trenta ne sono finiti nella fascia tra l’otto e il dodici per cento esattamente due.
Quanto ha reso l’indice in cent’anni
La serie più lunga che sulle azioni americane si possa usare con ragionevolezza parte dal 1926. Allora il valore dell’indice si aggirava sui 12,65 punti. A fine 2025 ha chiuso a 6.845 punti.
Chi all’inizio del 1926 avesse investito cento dollari rimettendo sempre i dividendi nell’indice, a metà 2026 si troverebbe con circa 2,2 milioni di dollari. Corrisponde al 10,5% all’anno.
Solo che un dollaro del 1926 e un dollaro del 2026 non sono la stessa cosa. Al netto dell’inflazione quel 10,5% diventa 7,3% all’anno: sempre un ottimo risultato, ma di un terzo più basso rispetto a come l’indice viene di solito presentato.
E infine: se la stessa persona i dividendi li avesse spesi invece di reinvestirli, il solo livello dell’indice le avrebbe reso circa il 6,5% all’anno. Quei quasi quattro punti percentuali di differenza non li fa la salita dei prezzi delle azioni, ma i dividendi reinvestiti. Su un orizzonte di cent’anni sono loro a produrre la maggior parte della cifra finale, perché maturano insieme al resto: senza reinvestimento, dai cento dollari sarebbero usciti dell’ordine di cinquantamila anziché due milioni.
Quei tre numeri — 10,5%, 7,3% e 6,5% — descrivono uno stesso indice. Cambia soltanto che cosa mettono dentro il rendimento. Gran parte delle discussioni su «quanto rende davvero l’S&P 500» sono in realtà discussioni sulle definizioni.
L’anno medio quasi non esiste
Ecco la cosa più utile che si possa dire del rendimento medio: come previsione per il singolo anno non serve a niente.
Prendiamo gli ultimi trent’anni, dal 1996 al 2025, e calcoliamo i rendimenti annui dividendi compresi. La media viene 10,4% all’anno. Nella fascia 8–12% però sono caduti solo due anni su trenta: il 2004 con il 10,88% e il 2016 con l’11,96%. Tutti gli altri ventotto sono finiti altrove, di norma parecchio altrove.
Sei anni sono stati in perdita. Il peggiore, il 2008, ha portato via il 37%; il migliore, il 1997, ha aggiunto il 33%. La mediana del periodo è 15,9%, cioè cinque punti e mezzo sopra la media — il che dice soltanto che il risultato complessivo viene schiacciato in basso da pochi anni, ma con cadute profonde.
La media descrive un secolo, non un anno. Chi si aspetta che l’indice gli accrediti dieci per cento ogni anno riceverà invece trenta per cento una volta e meno venti quella dopo.
Perché sullo stesso indice circolano numeri diversi
Oltre a dividendi e inflazione entra in gioco un’altra differenza, che quasi nessuno nota: se la media è calcolata in modo aritmetico o geometrico.
La media aritmetica dei rendimenti annui degli ultimi trent’anni è 11,9%. La rivalutazione effettiva del denaro nello stesso periodo è però 10,4% all’anno. Quel punto e mezzo di differenza non è un errore nei dati, è una conseguenza matematica dell’oscillazione.
Bastano due anni per vederlo. Se un investimento perde il 50% il primo anno e guadagna il 50% il secondo, la media aritmetica è zero, ma nella realtà manca un quarto dei soldi: di cento euro ne restano cinquanta, e cinquanta diventano settantacinque. Più il valore oscilla, più si allarga la distanza tra media e realtà.
La ricaduta pratica è semplice. Per pianificare è utilizzabile solo il numero più basso, quello geometrico. La media aritmetica sovrastima il risultato tanto più quanto più è movimentato il periodo che descrive.
Anno per anno negli ultimi quindici
La tabella che segue mostra il valore di chiusura dell’indice alla fine di ogni anno e la sua variazione in due forme: senza dividendi, come la vede il grafico dei prezzi, e con i dividendi reinvestiti, come la vive l’investitore.
| Anno | Chiusura dell’indice | Variazione senza dividendi | Variazione con dividendi |
|---|---|---|---|
| 2025 | 6.845,50 | +16,39% | +17,88% |
| 2024 | 5.881,63 | +23,31% | +25,02% |
| 2023 | 4.769,83 | +24,23% | +26,29% |
| 2022 | 3.839,50 | −19,44% | −18,11% |
| 2021 | 4.766,18 | +26,89% | +28,71% |
| 2020 | 3.756,07 | +16,26% | +18,40% |
| 2019 | 3.230,78 | +28,88% | +31,49% |
| 2018 | 2.506,85 | −6,24% | −4,38% |
| 2017 | 2.673,61 | +19,42% | +21,83% |
| 2016 | 2.238,83 | +9,54% | +11,96% |
| 2015 | 2.043,94 | −0,73% | +1,38% |
| 2014 | 2.058,90 | +11,39% | +13,69% |
| 2013 | 1.848,36 | +29,60% | +32,39% |
| 2012 | 1.426,19 | +13,41% | +16,00% |
| 2011 | 1.257,60 | 0,00% | +2,11% |
La differenza tra le due colonne è di circa due punti percentuali all’anno. È il rendimento da dividendo dell’indice: preso da solo passa inosservato, sulla lunga distanza decide tutto.
Merita uno sguardo anche il 2011, quando l’indice ha chiuso a un centesimo da dove era partito. Senza dividendi zero, con i dividendi due per cento.
Che cosa mostra davvero la curva centenaria
Il grafico dell’indice su cent’anni viene di solito disegnato su un asse verticale normale. Sembra allora che fino agli anni Novanta non succeda quasi nulla e che poi arrivi un decollo verticale. Da lì si deduce spesso che le azioni abbiano cominciato a rendere sul serio solo di recente.
Quell’impressione è in buona parte un artefatto dell’asse.
Livello dell’indice S&P Composite a gennaio di ogni anno, senza dividendi e a prezzi nominali. Ogni tacca dell’asse verticale vale dieci volte la precedente. Gli anni indicati sono i minimi toccati dopo i crolli più forti, le bande grigie due lunghi periodi di stagnazione.
Su scala logaritmica, dove la stessa variazione percentuale occupa la stessa altezza a prescindere da dove la si misuri, quel finale ripidissimo diventa una salita molto più moderata. Tra il 1926 e il 1986 l’indice è cresciuto sedici volte, solo che su un asse normale quel tratto si confonde con lo zero, perché in punti assoluti rispetto a oggi è trascurabile.
Non significa però che l’indice sia salito in modo uniforme. Ci si vedono due lunghi pianori. Sopra il livello di gennaio 1929 è tornato solo nel gennaio 1953, cioè dopo ventiquattro anni. E tra il gennaio 1969 e il gennaio 1982 ha aggiunto in tutto il 15% in tredici anni. Entrambi i dati sono a prezzi nominali; al netto dell’inflazione gli anni Settanta sono stati parecchio peggiori.
L’interesse composto negli ultimi decenni non lavora con più forza che negli anni Quaranta. Lavora sempre allo stesso modo; solo che lavora su una base molto più grande, e così il suo risultato in cifre assolute non è paragonabile. La coda ripida della curva non è il segno che il mercato di oggi cresca più in fretta.
Dove calcolare la propria cifra
Gli esempi tipo «se mette da parte tremila al mese» sono sempre costruiti su ipotesi di qualcun altro: importo altrui, orizzonte altrui, rendimento atteso altrui. Più utile è inserire i propri.
A questo serve il nostro calcolatore dell’interesse composto, dove si impostano versamento mensile, durata e rendimento annuo e si vede come cambia il risultato. Se ci mette dentro il rendimento dell’S&P 500, conti piuttosto sul sette per cento al netto dell’inflazione che sul dieci per cento nominale, altrimenti il calcolatore le restituirà una somma in denaro che tra trent’anni avrà un altro potere d’acquisto.
Che cos’è l’S&P 500
L’indice riunisce 500 società americane scelte da un comitato in base a dimensione, liquidità e altri criteri. Poiché alcune aziende hanno più classi di azioni, i titoli seguiti sono in realtà 503. Il peso delle singole società dipende dalla capitalizzazione di mercato, quindi le più grandi influenzano l’indice più di tutte.
È utile sapere da dove arrivino quei dati centenari. L’indice nella forma odierna delle cinquecento società è nato il 4 marzo 1957. Prima esisteva, dal 1926, un indice più ristretto di novanta azioni calcolato ogni giorno, e dal 1923 una serie ancora più ampia ma soltanto settimanale. Quando si parla di rendimenti dagli anni Venti si tratta quindi di una serie che concatena più indici, non di cent’anni dello stesso calcolo.
In conclusione
Il rendimento medio annuo dell’S&P 500 è circa 10,5% con i dividendi, 7,3% al netto dell’inflazione e 6,5% se i dividendi non si contano. Quale di questi numeri sia «quello giusto» dipende esclusivamente da che cosa si sta chiedendo.
Più del valore esatto conta però la dispersione attorno a esso. La media descrive cent’anni, non l’anno prossimo, e negli ultimi trenta le si sono avvicinati solo due anni su trenta. Chi dall’indice si aspetta una cedola regolare del dieci per cento aspetta qualcosa che la storia non ha mai consegnato. Chi mette in conto che la strada verso la media passa per anni con il trenta per cento di perdita ha aspettative tarate sui dati.
I dati dell’articolo si basano sulle chiusure dell’indice S&P 500 e della sua versione con i dividendi, integrate dalla serie storica di Shiller per il periodo precedente al 1988.